Da ilMattino di oggi
ANTONELLA BARONE - Sono stati sequestrati i beni per un valore di circa dieci milioni di euro a Fernando Ferrara, dirigente dell'ufficio tecnico del Comune di Battipglia. Ieri mattina i carabinieri del Ros del Comando provinciale e i finanzieri del Gico del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza hanno eseguito la misura di prevenzione, ai sensi della normativa antimafia, richiesta dal sostituto procuratore Antonio Centore e disposta dalla prima sezione penale del Tribunale. Una misura che colpisce l'intero patrimonio considerato di provenienza illecita, in quanto Ferrara è ritenuto dagli inquirenti il riferimento dell'attività malavitosa dei clan camorristici Maiale e Pecoraro-Renna.
Al geometra battipagliese è stata applicata anche la misura di prevenzione personale della sorveglianza speciale, con l'obbligo di soggiorno nel Comune di residenza per tre anni oltre al sequestro dell'intero patrimonio, comprensivo di 25 tra appartementi e immobili, quattro appezzamenti di terreno, due società commerciali, 14 rapporti di credito bancario di varia natura e quattro tra auto e moto. Alla misura di prevenzione si è giunti a seguito di capillari indagini, finalizzate a ricostruire la biografia criminale dell'impiegato comunale e la consistenza del suo patrimonio, in parte intestato anche alla moglie Ida Benesatto e ai figli Francesco e Mauro, entrambi titolari di due società commerciali intestatarie della maggior parte degli immobili.
Si è preso spunto dal complesso quadro indiziario, emerso nell'attività d'indagine dal 1993 al 1997, alla base del processo California, nel quale però Ferrara è stato assolto per insufficienza degli indizi raccolti in relazione alle gravi imputazioni di estorsione e concorso esterno in associazione mafiosa. Da lì si è partiti per una rilettura aggiornata di ciò che era stato riferito da diversi collaboratori di giustizia, che individuavano in Ferrara un elemento importante nel Comune di Battipaglia, in cui tutt'ora lavora, per le associazioni malavitose, facenti capo a Giovanni Maiale e ai fratelli Giovanni, Alfonso e Francesco Pecoraro, espressioni della più complessa organizzazione criminale della «Nuova Famiglia» di Carmine Alfieri. che per anni hanno gestito gli affari illeciti nei diversi Comuni della Piana del Sele.
Una complessa attività investigativa, condotta congiuntamente da carabinieri e finanzieri ha fatto emergere la pericolosità sociale di Ferrara, che nella veste di geometra del Comune di Battipaglia, avrebbe fornito per un lungo periodo il proprio fondamentale contributo nel settore nevralgico dei pubblici appalti e delle concessioni e un notevole apporto di notizie in relazione alle pratiche per le quali avanzare richieste estorsive.
Tra i beni sequestrati ci sono a Battipalia un appartamento in località Fiorignano-Masseria San Giovanni e terreni, altri suoli e appartamenti sono a Capaccio e Agropoli e poi sempre a Battipaglia varie unità immobiliari, intestate alla «Tre Effe Costruzioni», di Ferrara Francesco e C. C'è poi la palazzina di cinque piani ubicata nel centro di Battipaglia in via Plava, angolo via Pastore. Sequestrate anche le quote della società «Tre Effe», oltre a diversi conti bancari, intestati a Ferrara, alla moglie e ai figli e una Mercedes A 170, un'Audi3 Sportback, una Smart e una moto Yamaha.



4 commenti:
eh avete scoperto l'acqua calda...
potevano aspettare un'altro po'.....cmq
si concludera' come tutte le cose in italia.... solo polvere!
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“IL PITTORE CHE DIPINGE LA STORIA”
Le tele di Gaetano Porcasi: “il pittore che dipinge la storia” sono uniche, oltre che per i temi di impegno e di denuncia sociale trattati, anche per la tecnica ed i colori mediterranei da cui traspare un intensa “sicilianità ” . La mostra itinerante del 2003 sulla strage di Portella delle Ginestre ha rivelato l’elevato livello culturale dell’indagine pittorica di Porcasi e l’attualità dei temi trattati. Quel che accade nella Sicilia del 1947 quando i contadini occupavano le terre incolte che volevano seminare per sfamarsi scontrandosi con i proprietari terrieri difesi dai gabelloti mafiosi, accade oggi in Brasile dove i campesinos “senza terra” vengono assassinati dai vigilantes armati dai proprietari terrieri che erigono mura in difesa dei campi incolti. Nell’immobile “fotogramma” di una tela, desueto per la civiltà delle immagini che attualmente viviamo, l’autore riesce a trasferire il patos degli eventi ed i personaggi scaturiscono come prodotto puro della sua tensione morale, suscitando intense emozioni. A far da contrappunto alle pitture storiche che raccontano gli assassini di mafia, i paesaggi di una Sicilia solare con i fichidindia, le agavi, le ginestre, gli ulivi, le arance, i limoni; patrimonio di una terra baciata da Dio e calpestata dagli uomini. Infinite le tonalità dell’azzurro con le quali Porcasi dipinge il cielo della sua terra, è da lì che ha inizio il suo viaggio nel tempo. Le pagine della storia della Sicilia, sono scritte con il sudore e il sangue dei contadini che hanno dovuto combattere a mani nude per conquistare la terra e la libertà. Le bandiere rosse, simbolo della lotta dei lavoratori d’ogni tempo si fondono con il tricolore. In fondo è un’epopea italiana, mediterranea quella che l’autore ci racconta. Bandiere rosse e tricolore sullo sfondo di cieli di un azzurro struggente che nelle opere di Porcasi cambia di tonalità a seconda degli eventi, delle stagioni, degli umori degli uomini e delle loro azioni. Testimonianza questa dell’appartenenza dell’anima al tempo ed ai suoi mutamenti. Solo la natura rigogliosa tipica di questa terra, bella, solare e mediterranea, sembra rimanere immutata, muta ed immutabile testimone degli eventi e del trascorrere del tempo. Qui gli uomini sono solo “accidenti”. In questo l’artista opera come una divisione metafisica tra la natura: flora e fauna volte naturalmente al bene ed alle leggi immutabili (naturali) e l’uomo che quando è protagonista, è anche trasgressore per interessi di parte, per egoismo sfrenato, dell’armonia del creato, attore di violenza. C’è un’anima naturalistica dell’autore che può spiegarci l’impegno di Porcasi sul fronte ecologista in difesa della terra dall’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo che gli è costato persecuzioni e denunce da parte del potere costituito. Numerose, le analogie con i dipinti di Renato Gattuso rilevati dai critici d’arte nelle opere pittoriche di Porcasi. Oltre al realismo cromatico viene invocata la sicilianità, che appare condivisa aldilà delle tecniche utilizzate, con il grande maestro di Bagheria. Il verde dell’albero d’arancio amaro con le sue foglie di un verde acceso, le spine che nascono dai rami, così come i frutti colorati di un “colore arancio” dalle tonalità cromatiche rare, testimoniano, aldilà della semplice raffigurazione cromatica anche un’indagine psicologica complessa. Dal ramo, comune sorgente, scaturiscono frutti succosi e spine, proprio come accade nella vita degli uomini, che ogni giorno sono protagonisti della storia nel bene e nel male. La sicilianità in Gaetano Porcasi, diventa allora metafora della vita, e pretesto per raccontare storie mediterranee dal contenuto universale. L’artista dipinge con un linguaggio non criptato, facilmente comprensibile a tutti, dipinge con il cuore. Aldilà delle considerazioni “etiche” resta una riconoscibilità immediata delle tele di Gaetano Porcasi, che, nell’arte d’ogni tempo, è patrimonio dato a pochi artisti. Taluni restano sorpresi nel constatare la giovane età dell’autore, dietro queste opere d’arte che sanno di maturità piena. Il futuro, per questo “siciliano puro” non sarà un semplice accidente, ma qualcosa di straordinariamente importante per il mondo dell’arte.
Giornalista e critico d’arte
Cosmo Di Carlo